Ι piedi di Leda – Un racconto di Giullare

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“I Piedi di Leda” è un racconto magico-realistico d’ amore e di guerra. Si svolge a Thalatta, un paese di montagna dell’ Elide, durante il periodo dell’ Occupazione tedesca.

Ι piedi di Leda – Un racconto di Giullare

Tradotto da: Giovanna Calabro, Lorenza Cordone, Maria Cristina Ferrari, Carla Gorno

Rivisto e corretto da Davide Peterle

Con la supervisione di Eirini Bozopoulou

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Τα πόδια της Λήδας (στα ελληνικά) https://sanejoker.info/2020/05/ledasfeetfinal.html

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Ι piedi di Leda

1)La ballata del triste caffè

A pochi chilometri da Thalatta, il tempo di due pater noster andata e ritorno, c’era il caffè di Pentakosias. Perchè lo chiamassero così non l’ho mai saputo, e nemmeno perché lo considerassero un caffè.

Andavamo là con mio padre e con mio fratello, quando eravamo bambini. Avevamo una qualche lontana parentela col proprietario, una cosa come un secondo cugino di mio nonno. Ma era anche lui un Dogas, e nei paesi basta avere lo stesso cognome per considerare l’altro come tuo parente. Specialmente, se è dal lato materno, perché queste linee sono indubitalili, mentre del padre non si può mai essere sicuri.

Il caffè di Pentakosias non assomigliava a un caffè: non vi si trovavano né l’atmosfera né i suoni di un caffè . Non c’era mai musica, non c’era la televisione e ai tavolini non si giocava né a tavola reale né a briscola. L’unico suono, quello del tarlo che mangiava il legno. E il caldo era talmente denso che quasi potevi sentirlo.

Gli uomini che ci andavano non ridevano e non parlavano. Entravano, Pentakosias gli serviva un coniac e un caffè amaro con una galletta, li bevevano, pagavano e se ne andavano. Tristi e sudati, così uscivano tutti, come se avessero fatto un viaggio ai Tropici. Tristi e redenti, così uscivano gli uomini e si facevano sempre il segno della croce sulla soglia.

~~

Nostro padre ci avvertiva prima di entrare: “Zitti adesso”.

Mentre lui beveva il caffè con il coniac, noi gironzolavamo in silenzio nel locale, zitti, come dei ragazzi fantasma.

Sotto i nostri piedi la polvere era densa come farina. La calpestavamo e ci veniva la pelle d’oca.

Osservavamo le mosche che si erano appicciccate alle strisce con la melassa, che pendevano dal soffitto. Toccavamo con attenzione i pesi della vecchia bilancia appoggiata sul bancone. Guardavamo le fotografie in bianco e nero sul muro.

Ma al di là di ciò che appariva, c’ era anche qualcos’ altro nel caffè, altrettanto potente quanto indefinibile, che potrei descrivere solo come una sensazione di sicurezza e di immobilità.

Una strana sicurezza, come quando ti svegli da un sogno e pensi di essere nella tua stanza da letto. Ma non ti sei davvero svegliato. Così continui a dormire dicendo: “Sto sognando”.

L’ immobilità a cui mi riferisco non aveva a che fare con lo spazio, ma col tempo del caffè. Suo simbolo erano due orologi fermi alla stessa ora. Perchè avere due orologi rotti?

Solamente molti anni dopo, quando mi sono tovato nella necropoli di Alessandria d’Egitto, ho vissuto un’ identica immobilità del tempo. Ma non c’erano orologi.

~~

Camminavamo nel caffè senza parlare, senza nemmeno guardarci.

Poi nostro padre si alzava, lasciava il compenso della tristezza sul tavolo e ci faceva segno di seguirlo.

Solo una volta Pentakosias uscì dal caffè e ci parlò. Si fermò sulla soglia guardando me e mio fratello nello stesso momento. Era strabico, e così non aveva bisogno di girare la testa. Era anche mingherlino, più basso di mio fratello maggiore, appena più alto di me, così non aveva bisogno di chinarsi.

“È preciso sua madre questo”, disse a mio padre e lui approvò. Di quale di noi due parlasse nessuno lo capì.

Questa la sola cosa che sentii dalla sua bocca. La sua storia me l’ha raccontata un’altra -e assomiglia un po’ a una ballata.

~~

Si dice che anche Pentkosias, una volta, è stato giovane. E aveva anche un nome da cristiano. Alexis l’ avevano battezzato, come suo padre.

Alexis era orfano già prima di nascere. Suo padre era morto di lupus -la malatia, non l’animale- quando era ancora nella pancia di sua madre.

La vedova incinta non lasciò che lo seppellissero. Era arvanita e forestiera. Le tradizioni del suo paese dicevano che il morto doveva aspettare il parto. Se fossero morti o la moglie o il bambino, fatto per niente raro a quei tempi, li avrebbero seppelliti insieme.

Così tennero Alexis, quello anziano, morto e insepolto per tre mesi. Frigoriferi e ghiaccio non esistevano. La salma rimase dentro la bara, dentro la chiesa e il puzzo infestò prima la bara, poi infestò la chiesa, infestò tutto il paese.

Passarono Ferragosto portando fazzoletti al naso, per sopportare il fetore che vinceva l’ incenso e le nuvole del turibolo. E la gestante non accennava a partotire.

Alla fine fu coinvolta anche la fattucchiera del paese, le diede delle erbe da bere, disse due formulette che aveva imparato alla bene e meglio dal mago che abitava sul monte, e quando ci fu luna piena alla vedova iniziarono le doglie.

Partorì poco prima del tramonto della luna. Lo stesso mattino, in chiesa, fecero due cerimonie insieme. Prima battezzarono il neonato, Alexis come suo padre, e poi seppellirono la buonanima.

~~

La mamma, Sofia era il suo nome, lo crebbe in silenzio. Non gli cantava la ninna nanna, non gli parlava, gli offriva soltanto il seno per allattarlo quando piangeva.

E lui non aveva mai sorriso, come fanno di solito i neonati, non aveva mai riso come sono soliti fare i bambini, né aveva litigato come fanno di solito gli adolescenti, e nemmeno aveva compattuto come fanno di solito gli uomini. Fino a quando non vide i piedi di Leda, e fece tutto in un colpo.

Ma prima di questo incontro, per non anticipare nulla, era un ragazzo triste con un viso come di pietra.

Le donne del paese avvicinarono molte volte Sofia e le proposero uomini da sposare. Era una ragazza giovane, non aveva ancora diciasette anni, quando indossò il lutto. Ed era povera, possedeva soltanto la baracca che era di suo marito morto e nient’altro.

“Pensa a tuo figlio”, le dicevano per convincerla. “Deve avere un padre… e tu un marito”.

“Ho un marito solo”, rispondeva Sofia. “Ε il bambino avrà un solo padre”.

Così crebbe Alexis. Con la mamma in lutto e silenziosa, e la coppola di suo padre appesa al muro, l’ unica cosa che restava di lui.

“Il figlio del morto”, lo chiamavano tutti.

2) I piedi di Leda

Alcuni vogliono credere che l’ uomo sia un animale ragionevole. Non c’è convinzione più assurda di questa.

Ogni uomo è dominato principalmente dai propri sentimenti. Questi lo spingono a fare quello cha fa. E dopo cerca di razionalizzare le proprie azioni.

Senza sentimenti non siamo uomini, e non siamo neanche animali. Siamo morti.

~~

Così chiamavano Alexis quando smise di essere un bambino: il Morto.

Non aveva problemi mentali, di quelli che una volta pensavano che fossero i soli problemi. Parlava bene e capiva ciò che gli dicevano. A volte rispondeva anche. Portò a termine la scuola elementare ed era un ottimo alunno, poiché faceva sempre ciò che gli chiedeva il maestro.

Fin dall’età di dieci anni lavorava a giornata nei campi e dovunque.

Ed era bravo in tutto ciò che gli dicevano di fare. Bastava che glielo dicessero. Perchè da solo non poteva prendere nessuna decisione. Se gli si diceva di costruire un muro di pietra, lo faceva. Anche se non aveva mai preso in mano la cazzuola. E lo faceva bene. Era intelligente, ma era abulico.

Non sembrava mai contento né arrabbiato o impaurito. Il suo viso era sempre lo stesso, vuoto,come di morto. Era un uomo senza particolarità, in qualche modo inesistente.

Forse era colpa della freddezza di sua madre, forse era colpa del fatto che era nato ed era stato battezzato alla sepoltura di suo padre. Forse era un fatto fortuito . Di certo tutti lo sapevano: Alexis era morto.

~~

Quando i nazisti giunsero nel Peloponeso molti uomini presero le armi per combattere sui monti. I giovanotti del paese baciarono le madri e le fidanzate, le mogli e i figli e si prepararono a partire. Qualcuno parlò anche di Alexis.

“E lui non lo prendiamo?” chiese.

“Chi?” Gli dissero tutti insieme. “Il Morto?”

Non potevano averlo come compagno nella lotta e nella morte, lui che non provava nulla. Cosa condividere con qualcuno che non ha paure, non ha tristezze, né rabbia?

Alexis rimase a Thalatta, l’ unico giovane valido. Valido, ma grullo.

Poco tempo dopo, però, tutto cambiò, e il morto resuscitò.

~~

Il prete aveva bisogno di tappi di sughero per il vino, e mandò Alexis al vicino capoluogo, Chelidoni, per comprarli. Erano parecchie ore di strada a piedi, ma il Morto non fece obiezioni . Ascoltò soltanto quello che gli dissero di fare e partì la mattina presto.

Era mezzogiorno quando arrivò in una tenuta bagnata dall’ Enippeas, il fiume della regione. Poteva ormai vedere Chelidoni, a un’ora di cammino al massimo. Quando però stava per uscire dal canneto esitò.

Su di un sasso vicino al fiume, era seduta una fanciulla, e anche la mente di Alexis restò di sasso.

La ragazza aveva appena tirato fuori i piedi dall’ acqua. Erano bianchi come il burro. Le dita piccole e le unghie smaltate di rosso. Mise un piede sopra il ginocchio e Alexis vide il suo tallone rotondo come la luna. Persino la sua caviglia era splendente. Quanto alla pianta del piede, questa era nitida, pura come l’acqua.

Era la prima volta che vedeva qualcosa di simile. Conosceva solo i piedi duri e grossolani delle donne e degli uomini del paese. Non avrebbe mai immaginato che un piede potesse essere così bianco, così pulito, così fine, così delicato, così eccitante.

Capì che si stava eccitando e si nascose per vedere meglio senza che lo vedessero. Dopo la ragazza fece qualcosa di sconvolgente: indossò le calze.

Ma non erano calze di lana o di cotone. Dopo aver asciugato i piedi con la gonna -Alexis si sciolse- prese dalla tasca due calze nere di naylon. Una la mise da parte, e indossò l’altra.

Alexis vide la ragazza vestire uno dei suoi piedi con quel tessuto quasi trasparente. E non ce la fece più, venne nei suoi pantaloni.

Gemette senza volerlo, la ragazza lo sentì e si girò.

“Chi è là?” chiese.

Alexis non rispose. Scappò via correndo.

~~

Fino al momento di arrivare in paese non pensò ad altro, se non ai suoi piedi. Entrò in casa fuori di testa, ridendo.

“Che succede?” gli disse Sofia.

Lui per un po’ le girò intorno correndo, poi stanco si sedette per raccontarle che cosa aveva visto.

“E portava calze di naylon?”, chiese la mamma.

“Come ragnatele, però nere”, disse Alexis.

“E aveva le unghie dipinte?”

“Rosse, come melograni.”

“E aveva piedi candidi?”

“E tondi.”

Sofia si alzò.

“Dimenticala. È ricca.”

Così gli disse. Ma Alexis, per la prima volta, le si oppose.

“Non m’importa che cosa sia”, le disse.

Sofia gli diede uno schiaffone.

Ma ormai era troppo tardi per cambiare le cose. Alexis si massaggiò la guancia e rise. Questo spaventò Sofia. Capì che non aveva più alcun potere su suo figlio. Lo mandò a dormire e lui di nuovo disobbedì. Uscì e si perse nella notte. Così in qualche maniera finì l’epoca nella quale Alexis era “Morto”.

~~

Nei giorni successivi usciva presto per andare al fiume, senza che nessuno gliel’ avesse chiesto. Solamente al settimo giorno rivide la ragazza. Con paura e con passione uscì dal canneto e le si avviccinò.

“Cosa fai qui?” gli disse lei e abbassò la gonna sulle gambe. “È vietato stare qui.”

“Ti amo”, le disse Alexis. “E ti sposerò.”

Per un attimo la ragazza rimase sbalordita, dopo notò i suoi abiti e i gli occhi strabici e rise in modo falso.

“Non sposerei uno come te, neppure se fossi l’ ultimo uomo al mondo”, gli disse.

“Io invece ritornerei anche dalla tomba per prenderti”, le disse Alexis.

La ragazza si arrabbiò sempre più ma non parlò.

“Come ti ciami?” le chiese Alexis.

“Non mi chiamo.”

“Come ti chiamano?”

“Non mi chiamano.”

“Come ti amano?”

“Non mi amano.”

E si alzò per andarsene, con le calze ancora in tasca.

“Io ti amo”, le gridò Alexis. Poichè vide che non si voltava, le disse: “Perché non mi dici il tuo nome? Di che cosa hai paura?”

La ragazza si fermò. Dopo si girò lentamente, a testa alta.

“Non ho paura, zoticone. Tu dovresti aver paura. Mi chiamano Leda Protonotarìou.” E dopo aver gettato la bomba se ne andò.

Alexis rimase folgorato. Sua madre aveva ragione. Era la filglia di Protonotarios, l’uomo più ricco e potente. Che speranze poteva avere con lei?

Gli venne da piangere, gli venne da gettarsi nel fiume. Poi si vergognò della sua viltà. Troverà un modo per farla sua.

“Anche se dovessi ucciderlo”, diceva mentre tornava a Thalatta.

3) Qualcosa di suo per la magia

Tornò a casa come avvolto dalle fiamme e si gettò sul letto. Per tre giorni e tre notti non si alzò, neppure per mangiare.

“Stavi meglio prima”.

Fu la sola cosa che gli disse la madre.

Quando si alzò, andò alla taverna a bere. Non aveva mai messo un goccio di vino in bocca e neppure lo avevano mai visto mettere piede lì dentro. Però iniziò a bere e a farneticare. In poche ore tutto il paese seppe che cosa era capitato al Morto, e di chi si era innamorato. E ridevano.

La seconda notte che era andato a bere, gli si avvicinò Spiros, il taverniere.

“Ti tormenti per niente, giovanotto mio”, gli disse. “Non hai possibilità con quella lì. Cerca di trovarti qualche ragazza del tuo rango, e lascia stare le manie di grandezza. O vai di nascosto dalla vedova a sfogarti un po’ , così che anche lei abbia un po’ di gioia tra le cosce.”

“Non mi interessano le vedove. Io avrò lei”, rispose Alexis.

“Lei è ricca. Lei non sprecherà per te neppure uno sputo”.

“Allora, diventerò ricco anch’io”

“ Ricchi lo diventano i ricchi. Noi, se solo abbiamo da mangiare, dobbiamo ringraziare Dio”.

“E Serafis?”

Serafis era allevatore di bestiame. Con molto lavoro e grazie ai suoi rapporti con i politici della provincia era riuscito ad avere mille capi. E aveva costruito un secondo piano nella casa di suo padre.

“Quello aveva qualcosa per cominciare. Tu non hai neppure una gallina. Non confondere il passerotto con l’ aquila. Come può Serafis raggiungere Protonotarios?”

Si intromise anche il prete, noto frequentatore dell’ osteria, ubriacone tra i primi. Disse ad Alexis che Protonotarios era nobile da venti generazioni. Parlava con l’ imperatore di Bisanzio. Da lui e dalla Chiesa aveva avuto tutti i terreni. E quando erano arrivati i Turchi, se l’era passata bene anche con loro. E con la rivoluzione non aveva perso niente. I ministri correvano da Protonotarios e lo pregavano di sostenerli. La gente votava quelli che lui diceva di votare. Lo stesso Metaxàs aveva mangiato a casa sua.

“Adesso fa comunella coi tedeschi. Che cosa vuoi?” disse il prete. “Questi uomini sono al di sopra di noi, credono di essere al di sopra anche di Dio stesso. Da quanti anni lo prego di contribuire a riparare la chiesa. Non ha neppure risposto alle mie lettere.”

Si sedette accanto anche il barbiere, si sedette anche Zacharias che aveva il frantoio, si sedettero tutti gli uomini che erano rimasti in paese per consigliare il giovane. Ma quello non ascoltava. I piedi di Leda gli avevano calpestato il cervello.

“Partirò per andare in America… E tornerò più ricco di lui”, disse Alexis.

“Vai a fare la fine di tuo zio Thanasis, che partì per l’ America e se ne persero le tracce”, gli disse Spiros.

“Cosa gli sarà successo?” chiese Zacharias.

E iniziarono il discorso sul disperso Tanasis. Alexis li ascoltava ma non parlava. Cercava di trovare una soluzione al suo problema. E se uccidesse il padre, cosa succederebbe? C’ era il fratello di Leda, il primogenito che avrebbe avuto diritto su tutto, anche su sua sorella. Avrebbe deciso lui chi avrebbe sposato.

“Gli avranno fatto una fattura, vedrai”, disse il barbiere del povero Americano del paese.

“Ma dai! Ti ci metti anche tu!” disse il prete. “In America non prendono sul serio le fatture e i miracoli. Lì credono ad altro.”

In quel momento Alexis saltò su. Senza dire niente, senza neppure pagare il vino, senza neanche salutare, si alzò e se ne andò.

“Vedrai che quello farà una brutta fine”, disse Spiros.

“Con queste premesse, cos’ altro ti aspetti?” disse il prete guardando il giovane che scappava come se lo inseguissero dei diavoli.

Ma Alexis sapeva dove andare. Salì per la strada che portava alla casa della fattuchiera. Bussò una, due volte. Era quasi mezzanotte, anche se la luce della luna splendeva come fosse giorno. A un certo momento gli aprì. Scarmigliata come sempre.

“Che è successo?” gli disse. “Muore qualcuno?”

“Sono io che muoio”, fece Alexis ed entrò.

Si fermò in piedi nell’ atrio e disse alla fattucchiera, senza preamboli né fronzoli: “Facciamole una fattura!”.

“A chi?” chiese la fattuchiera che era lenta per il sonno e sognava il Re di Pietra[1].

“A Leda. Facciamole una fattura, così che mi ami”

La fattuchiera pensò a che cosa aveva sentito, poi capì cos’ aveva sentito.

“A Leda di Protonotarios? Tu non ti senti bene. Queste cose sono pericolose.Non è così semplice fare la fattura a una signora!”

“Ti darò quello che vuoi”.

La fattucchiera rise.

“Che cos’ hai da darmi, poveretto?”

“Ti servirò, farò tutto quello che vuoi.”

“Non ho bisogno di un servo. Corri da tua mamma.”

E fece per tornare nel suo letto e al Re.

“Fermati!” le gridò Alexis.

“Sono qua!”

Gli era appena venuta l’ idea e rise.

“Se sposassi Leda, se le fai la fattura così che s’innamori di me, e quindi la sposassi, allora prenderei la dote, non è vero?”

“Quello che il fratello ti lascerà prendere”, disse la fattucchiera.

“Ma sarà sempre molto, non è così?”

“Più di quello che ha l’ intero paese”.

“Benissimo. Allora, la metà!”

“Quale metà?”

“La metà la darò a te. O anche tutta, non mi importa. Io voglio Leda.”

La fattucchiera si leccò i baffi.

“La metà di tutto quello che prenderai?” disse ad Alexis.

“A parte Leda.”

“E che me ne faccio di lei? La metà della dote.”

“Diventerai ricca.”

“Questo è parlare!”

Πήγε στο εικονοστάσι κι έκανε τον σταυρό της. Μετά γύρισε στον Αλέξη.

Andò davanti all’ altarino e si fece il segno della croce. Dopo si girò verso Alexis.

“Lo farò” gli disse. “Però la metà della dote è mia.”

“Anche tutta se vuoi.”

“No, non si deve diventare ingordi. La metà.”

Alexis le diede la mano per suggellare l’ accordo, ma la fattucchiera non si accontentava di accordi sulla parola. Andò in cucina, sputò su un coltello per pulirlo e si fece un taglio sul palmo della mano. Dopo tagliò anche il palmo della mano di Alexis, strinsero le mani e sputò dietro di sé. Se qualcuno avesse mancato di parola, avrebbe avuto a che fare con il Maligno, il Diavolo in persona.

“Bene”, gli disse dopo. “Adesso voglio che mi porti qualcosa di suo.”

“Qualcosa di suo? Dove lo trovo?” disse Alexis.

“La magia altrimenti non viene. Voglio qualcosa di suo.”

“Che cosa mai ti porterò? Le sue calze?”

“Quello che puoi. Più sua è la cosa, piu forte sarà la magia. Porta dei capelli.”

“Dove troverò i suoi capelli? Non sono un parrucchiere.”

“Se la vuoi, e la ami, diventerai anche parrucchiere. Cosa mi racconti? Qualcosa di suo per la magia, questo voglio.”

Alexis se ne andò scoraggiato, e tornò a casa. Sua madre lo vide di nuovo preoccupato.

“Non andare contro il tuo destino,” gli disse. “Ti porterà disgrazia”.

“Non mi importa mamma, non mi importa. Tutto il tempo in cui sono stato sottomesso al mio destino, che cosa c’ ho guadagnato? Vada come deve andare, ma prima la farò mia”.

“Non provi amore per quella”, gli disse Sofia.

“Può darsi, perchè tu non me ne hai mai dato”, rispose Alexis andando verso il suo letto.

E la mamma si morse le labbra.

~~

I giorni seguenti Alexis si appostava per vedere Leda e prendere qualcosa di suo. La seguiva a Chelidoni sperando che le cadesse qualcosa. Ma i paesani lo videro, e dovette fare di nascosto.

Quindi la aspettò nelle proprietà del padre di lei. Stava nascosto finché non la vedeva andarsene via e dopo correva per trovare per caso qualche capello. Non accadde nulla, finché un giorno, quando aveva dormito fuori nei campi, sentì Leda arrivare con un’ amica, ridendo e chiaccherando di vestiti parigini.

Le seguì fedelmente, come un cane, ma senza fare rumore. A un certo punto, Leda fece l’ insperato. Disse alla sua amica di aspettare un attimo e andò dietro ad un platano. Lì si accucciò, tirò su la gonna e tirò giù le mutandine. Pisciò nascosta, ma non per Alexis, che aspettava, e dopo essersi rivestita se ne andò sghignazzando.

Egli aspettò che si allontanassero. Poi andò nel punto dove Leda aveva urinato e prese una foglia. La tenne con attenzione perché non ne cadesse il liquido e tornò passo passo a Thalatta. Ogni tanto chinava il capo per odorare l’ urina della sua amata.

Al paese andò dritto alla casa della strega.

“Te l’ ho portato”, le disse.“Qualcosa di suo!”

“Una foglia?”, fecce quella. “È un albero la tua amata?”

“Ci ha pisciato sopra.”

La fattucchiera sembrò andare in estasi.

“Piscio? La seconda cosa migliore, meglio anche dei capelli. Perche è uscito da dentro di lei.”

Gli fece cenno di lasciarlo sul tavolo. Quindi, mise nella casseruola del grasso da ammorbidire. Diceva che era umano, ma tutti sapevano che lo aveva conservato dal maiale natalizio. Tanto, d’uomo o maiale che sia, odora allo stesso modo quando cuoce.

Quando si ammorbidì lo aprì come un pezzo di pane. Ci gettò dentro delle erbe che solo le streghe conoscono e la foglia bagnata di piscio e lo modellò. Dopo disse alcune parole indicibili e incomprensibili, fece una bambola che assomigliava ad una persona e la legò con fili e legacci.

“Ecco fatto”. Disse ad Alexis e gli consegnò la bambola di sapone.

“Mi ama adesso?” Le chiese tenendo la bambola come se tenesse i piedi di Leda.

“Adesso? Ma se non ti vede nemmeno! Perché facciano effetto i fili e i legacci bisogna che tu metta la bambola dentro al meterasso su cui dorme”.

Alexis si arrabbiò.

“Dentro al suo materasso? Come posso riuscirci?”

“La vuoi?”, disse la fattucchiera.

“Certo, la voglio, però questo… Come entrerò in casa sua, nella sua camera?”

“Se veramente la vuoi, troverai il modo. Io la mia parte l’ ho fatta. Ora tocca a te”.

Aprì la porta e guardò fuori, che non passasse nessuno.

“Ma attento!” gli disse prima di cacciarlo via. “Anche se dorme sul materasso e le magie hanno effetto, non deve dormire su un altro letto fino a quando cambia la luna. Altrimenti non funzionerà”.

Alexis tornò a casa col pupazzo tra le mani. Non pensò nemmeno a nasconderlo, talmente era disperato. Sua madre lo vide e si fecce il segno della croce, ma prima schioccò la lingua.

“Le magie si pagano il doppio di ciò che dai per esse”, disse a suo figlio.

“Bene. Trovami tu il modo di entrare nella sua stanza, poi mi dirai qualcosa sulle magie…

Questi consigli non me li darebbe nemmeno il mio nemico”.

“Il nemico del tuo nemico è il tuo amico”, disse Sofia.

Alexis andò a dormire. E nel sonno vide i tedeschi che bevevano vino alla taverna del paese. In compagnia di un ciccione che scriveva di continuo.

Si alzò che era ancora notte. Prese il puppazzo ed un sacco e uscì per andare dai partigiani, i comunisti, i nemici del suo nemico.

4) Sulla nave ubriaca di Satana

A questo punto il racconto si ingarbuglia. Esistono due versioni su ciò che avenne quando Alexis incontrò i partigiani.

Secondo la prima, così come me l’ hanno raccontata al caffè del paese, Alexis incontrò i comunisti pronti a sferrare un attacco a Chelidoni. E questo non è per niente strano, perché Protonotarios non solo collaborava coi Tedeschi, ma nutriva, armava e stipendiava un’intera compagnia di collaborazionisti. Il suo più grande nemico era l’ELAS[2] e il suo incubo una Grecia comunista.

I nazisti non avrebbero mai potuto trovare i partigiani sulle montagne, né volevano impiegare i loro soldati. I battaglioni di sicurezza avevano molti locali nelle loro fila, e quelli conoscevano il territorio montano bene come i comunisti. Del resto l’odio tra fratelli è sempre il movente più forte.

I partigiani sapevano della compagnia di Protonotarios, ma il capitano Arturo, pseudonimo di un ebreo di Salonicco, gli aveva esortati a colpire il capo. Se avessero ucciso dieci o cinquanta squadristi, altrettanti se ne sarebbero trovati che sarebbero andati al servizio del governo di occupazione militare di Ralli. Essi erano sacrificabili.

Se invece avessero ucciso Protonotarios, sarebbe stata una potente dichiarazione al governo traditore e allo stesso tempo sarebbe pure stato tagliato il compenso mensile dei collaborazionisti.

Il figlio di Protonotarios era più moderato, in sostanza nascostamente anglofilo. Viveva nella loro villa a Patrasso e si preperava a entrare in politica con Papandreou appena se ne fossero andati i Tedeschi.

Detestava allo stesso modo l’ EAM-ELAS, però aveva una comprensione più ampia della politica, e capiva chi avrebbe governato in Grecia dopo la disfatta dei nazisti, la quale era iniziata sul fronte russo.

Questa è la prima versione, quella del caffè. L’ altra l’ho sentita da mia nonna, che non ne capiva molto di politica. Penelope mi disse che Alexis aveva trovato i partigiani e li convinse che bisognava attaccare Chelidoni. La passione per Leda ne aveva fatto un oratore e un guerriero impavido. I comunisti si bevvero le sue fandonie e seguirono il suo piano.

~~

Non so quale di queste due versioni sia quella vera. Del resto in tutta questa storia si confondono tanto la fantasia e la verità che difficilmente crederei anche a una piccola parte di essa, se non fossi stato al triste caffè di Pentakosia.

Sicuro è che tutte queste cose sono avvenute. Ora, come e perché sono siano avvenute, nessuno lo sa con certezza.

Del resto, non sappiamo nulla con certezza, neppure le cose più banali.

~~

Comunque sia, il fatto è che avvenne. Dieci notti da quando Alexis se ne era andato dal paese, i partigiani iniziarono il loro attacco. Dico notti, perché gli archivi locali dei giornali scrivono che c’era la luna quando si mossero.

Una piccola squadra andò alla stazione della polizia locale a Karatoula, e fece una manovra diversiva. I poliziotti avvisarono Protonotarios ed egli mandò sul posto il suo battaglione.

Appena Chelidoni si svuotò, la seconda squadra di partigiani ebbe l’ opportunità di assalire lo stesso Protonotarios, e lo colsero di sorpresa. Uccisero tre lacché che tentarono di difendersi ed entrarono nella grande casa.

Riunirono i signori e i servitori al pian terreno, e gli comunicarono le loro intenzioni. Avrebbero portato Protonotarios in montagna per sottoporlo a un processo popolare. Il vecchio non sembrò fare una piega, per quanto sapesse cosa significasse quella decisione. Sicuramente l’ esecuzione. Invece, sua moglie e Leda, insieme a tutta la servitù, iniziarono a piangere.

Mentre ammanettavano il kotsambasi[3], Alexis salì al piano superiore, nelle camere da letto dei padroni. Non gli fu molto difficile capire quale fosse la camera di Leda: dappertutto vestiti e specchi, reggiseni di marca nell’ armadio.

Si mosse velocemente e mise la bambolina sacrilega preparatagli dalla strega nel materasso. Mantre usciva in punta di piedi si trovò davanti il capitano.

“Che fai lì?” Gli chiese il Salonikiòs.

Alexis temeva solo il capitano Arturo. Era un uomo colto, alcuni compagni dicevano che era un poeta e che aveva vissuto a Parigi. Era difficile prenderlo in giro. Per questo davanti a lui faceva sempre l’opportunista. È meglio che ti odino per quello che non sei, piuttosto che capiscano chi sei.

Alexis mostrò ciò che nascondeva dietro le spalle: la cassetta coi gioelli di Leda. L’ aveva vista mentre usciva e il diavolo lo illuminò perché la prendesse.

“Stai rubando? Siamo venuti qui per saccheggiare o per fare giustizia?”

“Questa è roba rubata”, rispose Alexis. “L’hanno rubata a noi, al nostro sudore”.

Il capitano sembrò pensarci su.

“Guarda capitan Arturo, per quanto tempo potremo sostenere la nostra lotta con tutto questo”, continuò Alexis.

Aprì la cassetta e mostrò i diamanti e l’ oro.

“Non stai mentendo”, rispose quello. “Je ne me sentis plus guidé par les haleurs. Guarda anche nelle altre stanze, forse lì ne hanno di più”

Alexis se ne andò correndo. E pensava: “Tu sei un poeta? Io un pazzo. Vediamo chi vincerà”

~~

Dopo aver raccolto tutto l’ oro e l’ argento che c’ era in casa, fecero alzare Protonotarios per andarsene. Solo allora Leda, che non aveva smesso di piangere, vide il viso di Alexis, i suoi occhi strabici.

Lui le si fermò accanto e le disse all’ orecchio: “Adesso hai paura del bifolco, Leda Protonotarios. Impara anche il mio nome, per sapere con chi hai a che fare. Mi chiamo Alexis Dogas. E mi pregherai di sposarti”.

Il capitano uscì per primo, vide che non c’ era pericolo e fischiò. I compagni lo seguirono, Alexis andò con loro, mentre Leda guardava, solo guardava.

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La prima sera dopo il rapimento non si dormì affatto a casa di Protonotarios. Si pianse e basta.

La seconda sera Leda dormì con sua madre, aspettando che arrivasse suo fratello.

La terza sera arrivò il primogenito, accompagnato dalla polizia della città di Patrasso. Fu lui a organizzare la squadra dei collaborazionbisti di Ralli, per difendere Chelidoni, per prevenire un nuovo attacco dei comunisti.

E poiché tutto era tranquillo, Leda andò a dormire nella sua stanza, nel suo letto, sul suo materasso.

Era la notte del primo quarto di luna, ed essa appariva come un’unghia nel cielo. Leda dormì, sognò, e quando si svegliò , non riuscì più a togliersi dalla mente il bifolco strabico.

5) Nozze nere

Si dice che l’ amore sia la spinta più potente, che sia una forma socialmente accettabile di pazzia, che costringe gli uomini ad agire in modo illogico.

Però esiste un’altra spinta nell’animo e nella storia dell’uomo, che è forse la cosa peggiore che si possa affrontare: la sete di potere.

Queste due forze determinarono il destino di Alexis.

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Leda era pazza d’amore, letteralmente. Voleva sposare il bifolco di Thalatta. E siccome glielo rifiutavano, cominciò a ferirsi, a cercare di uccidersi, finché la chiusero nella sua stanza e la legarono al letto.

E Alexis, pronto a rischiare tutto per amore, andò a trovare il figlio di Protonotarios, nella tana del lupo, a casa sua, a Chelidoni.

Aveva un asso nella manica, sapeva dove erano i partigiani di capitan Arturo, e dove avrebbero proccessato e giustiziato il latifondista.

“Dammi tua sorella, così salverai tuo padre”, gli disse.

Pensava di dover affrontare lo scherno, o persino la morte, ma non gliene importava. Tuttavia, il primogenito reagì in modo completamente diverso da quello che si aspettava.

“Sposerai Leda il prima possibile”, gli disse lui. “Ti darò questa casa e tutti i terreni al di sopra dell’ Enippea. Ma ad una condizione: non dirai a nessuno dove sono i comunisti. Nemmeno per mio padre lo farai”.

Alexis era sconcentrato, per un attimo pensò ad una trappola . Quindi capì.

Il primogenito si stava organizzando per entrare in politica, a fianco di Papandreou, appena se ne fossero andati i nazisti. Per questo voleva alleggerirsi del peso del padre collaborazionista dei Tedeschi. E una sorella pazza o suicida non avrebbe fatto bene alla sua carriera politica. L’ unica cosa che aveva importanza per lui era il potere. E si sarebbe alleato con il diavolo per conquistarlo. Il diavolo aveva le assembianze di Alexis.

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La data del matrimonio fu fissata pochi giorni dopo, naturalmente dopo la data stabilita dal tribunale del popolo. Protonotarios il vecchio sarebbe stato il necessario sacrificio.

Alexis tornò a Thalatta e raccontò le novità a sua madre

“Mi dispiace per te”, gli disse lei.

“Come ti dis… Cosa dici?” Gridò Alexis. “Mi sposo con la più bella e la più ricca della regione. La prossima settimana vivrai in un palazzo”.

“Io vivrò e morirò qui”, rispose la madre. “In casa mia. Nella casa di tuo padre. E non ti aspettare che io venga a questo che tu chiami matrimonio”.

“Non ti capisco”, disse Alexis,” Io ho tutto, e tu…”
“Non hai niente”.

Così gli disse sua madre. “Non hai niente”.

Fece per andarsene, ma sistemò un po’ i capelli grigi e il vestito nero per dirgli le sue ultime parole.

“Alcune persone vengono amate, e accettano l’amore sebbene non provino lo stesso sentimento. Succede così e questo lo chiamano matrimonio. Io amavo tuo padre, e lui amava me. Questo lo chiamano amore. Tu non lo conoscerai mai. Il nostro matrimonio era opera di Dio. Il tuo è opera del Diavolo. Un tale matrimonio può essere solo nero, non altro… E per quanto mi faccia soffrire farò ciò che è necessario. Poiché vuoi fare così, allora bisogna che ti dimentichi di me, come madre. Non esisto più per te, perché anche tu non sei più mio figlio. Vai al diavolo e non tornare più”.

Così gli disse, e non gli parlò mai più.

Ma Alexis era così infatuato da non curarsi di nessuno. Aveva raggiunto il suo obiettivo.

Mentre se ne andava dal paese incontò la fattucchiera. Lei gli ricordò il loro accordo: la metà di quanto prendi.

“Vai al diavolo, strega”, le disse Alexis.

“Io lo conosco bene”, gli rispose quella. “Aspetta di conoscerlo anche tu”.

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Protonotarios venne ucciso e le nozze furono per pochi intimi. Leda e Alexis ridevano, la madre di Leda piangeva e suo fratello partì per Patrasso prima che si sedessero a tavola.

Passarono la loro prima notte nella grande camera, nel lettone. Leda fece come le diceva suo marito: si spogliò e rimase solo con le calze. Le urla dell’ amplesso si sentirono in tutto il paese. E quando l’ oriente si colorò del color di rose si addormentaronno esausti e felici. Quello fu il primo e ultimo istante di felicità, perché Leda dormì in un altro letto, e non in quello che era stato legato dalla fattura. Così, quando si svegliò, la passione se ne era andata. Vide l’ uomo che aveva accanto a lei e si mise a piangere. Le era impossibile accettare di aver sposato il bifolco strabico. E di avergli dato la sua verginità.

Ma ad Alexis non importava nulla delle sue lacrime. Si svegliò eccitato e la obbligò a compiere il dovere coniugale. La violentò dicedole: “Ora sono tuo marito”. Tuttavia in una coppia sposata lo stupro non esisteva.

E il potere che aveva su di lei lo eccitava ancora di più.

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Leda pregò sua madre e suo fratello di salvarla. La madre rimase zitta, così come aveva imparato a fare, così come ogni donna doveva fare.

Suo fratello le disse la verità. Ossia che i suoi sentimenti non avevano nessuna importanza, che si sarebbe sacrificata come Ifigeneia per i venti favorevoli alla sua carriera politica.

In ogni caso, l’aveva scelto lei suo marito.

Ogni mattina e ogni sera Leda doveva accettare il rozzo contadino come suo marito. E quello non mostrava compassione e -meno ancora- amore. Gli bastava averla nuda e prenderla supina sul letto. Si eccitava coi suoi piedi e dopo la penetrava per venire dentro di lei.

Era solo un oggetto di piacere, e lui la usava con furia. La dominava.

Quando lei capì di non avere scampo, iniziò a tramare la sua vendetta.

Ed è vero, è stato scritto in tante favole, ed è stato detto nella maggior parte delle storie, che non appena una donna decide di vendicarsi, allora neppure Dio in persona può protteggerti.

6) Espiazione

Accade spesso che le persone nate povere e cresciute in povertà, se diventano ricche, si comportino peggio di quelle che sono nate con la camicia.

I ricchi di nascita trattano con condiscendenza i poveri, molte volte non li vedono neppure, e di certo non possono capirli, come Maria Antonietta con le sue brioches.

Ma i nuovi ricchi odiano i poveri più di ogni altra cosa, perché ricordano loro quello che si sono lasciati alle spalle. D’ altronde hanno spesso l’idea distorta di essere diventati ricchi solo grazie alle loro capacità, al contrario dei ricchi di nascita, che semplicemente avevano avuto la fortuna di nascere dai genitori giusti.

Così Alexis Dogas in poco tempo divenne un despota peggiore di suo suocero, perché sapeva cosa pensavano i suoi sottoposti, sapeva che cercavano con ogni mezzo di rubargli qualcosa, di nascondergli qualcosa. E conosceva i loro metodi, le loro finzioni, le bugie, cosa facevano per assicurarsi un po’ di cibo in più per le loro famiglie – togliendolo al padrone.

Sì, Alexis in poco tempo diventò il padrone, e guai a quelli che pensavano di poterlo prendere in giro.

In soli due anni imparò a vestirsi come un ricco, a mangiare come un ricco, a comandare come un ricco. Andava da una proprietà all’ altra, con la sua macchina e riprendeva i sovrintendenti che non pressavano maggiormente i lavoratori.

A Thalatta, il suo paese, non mise più piede e neppure rivide più sua madre. Era felice delle sue proprietà e della sua famiglia, non voleva ricordare niente della sua vecchia vita.

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Leda, sua moglie, col tempo si ammorbidì. A poco a poco capì che non sarebbe riuscita separarsi, suo fratello non glielo avrebbe permesso, doveva imparare a vivere con colui che aveva scelto.

E poiché non poteva sfuggire ai convegni notturni, decise di renderli più piacevoli- per Alexis sopratutto. Smise di resistergli. All’ inizio lo accoglieva con indifferenza, ma poi capì la sua passione per i suoi piedi e fece quello che poteva per soddisfarla.

Fino al punto di mandare la cameriera a Katakolo, nella zona del porto, coi suoi negozi malfamati, a comprarle delle calze. Non come quelle che portavano le signore, ma altre, quelle che mettevano le donne del porto, a rete, disegnate, di tutti i colori, con giarrettiere e fronzoli, quelle da puttana.

Ogni sera se ne metteva un paio diverso, e Alexis adorava i suoi piedi, ardente ma senza fretta. Lei glielo prendeva e lo accarezzava con le piante dei piedi per molto tempo, ma quando vedeva che era pronto a venire, lo prendeva e lo faceva entrare dentro di sè.

Così rapidamente, dopo alcuni mesi di sofferenze, Leda restò incinta. Partorì un maschietto e la felicità di Alexis fu completa. Era riuscito ad avere tutto ciò che voleva.

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Decise di battezzare il bambino il 17 marzo, il giorno del beato Alexis,uomo di Dio. E naturalmente gli diede il nome di suo padre e il suo.

Al pope della parrocchia, che era un po’ superstizioso, non piacque quella scelta.

“Porta disgrazia dare al bambino il nome di tuo padre che è morto così giovane”

“Disgrazia?” disse Alexis, “Guarda me, pope, ti sembro disgraziato?”

E dopo che gli disse che questa era la sua decisione, e che non c’era motivo di discuterne, lo informò che aveva deciso di costruire una cappella in un suo podere, una chiesetta di san Alexis, che sarebbe stata inaugurata per celebrare il battesimo del suo primogenito

Primogenito, perché Leda era ancora incinta e, come sembrava dalla pancia, che al terzo mese era a punta, sarebbe nato un altro maschio. Tutti dicevano così e forse avevano ragione.

Il pope si compiacque e gli diede la sua benedizione. La cappella fu costruita velocemente, poiché i servi lavoravano giorno e notte – e gratis- per fargli piacere.

Alexis organizzò una grande festa, il più grande banchetto che Chelidoni e i dintorni avessero mai visto. Furono tutti invitati: notabili e politici, insegnanti e gendarmi, contadini e artigiani. Tutti dovevano essere lì per onorare Alexis terzo.

Solo la nonna Arvanitissa non ci sarebbe stata.

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Pochi giorni prima del regale battesimo, la fattuchiera di Thalatta si trovò davanti alla porta del palazzo e chiese di vedere il padrone.

“Tua madre è ai suoi ultimi giorni”, gli disse senza entrare.

Alexis andò a prendere due monette d’ oro.

“Queste bastano per il suo funerale”, disse e fece per chiudere la porta.

“Aspetta!” fece in tempo a dire la strega.

Alexis si fermò ad ascoltarla. La strega mise l’ oro nel grembiule e gli disse: “Hai dimenticato tua madre. Hai dimenticato il nostro accordo. Hai dimenticato il Diavolo. Ma il Diavolo non si dimentica di te.”

Alexis la prese a calci sul muso e la buttò giù dai gradini.

“Se ti vedo di nuovo nelle mie proprietà, strega, ti farò spaccare tutte le ossa”, le disse ed entrò.

La fattucchiera non parlò. Fecce soltanto con la mano sinistra le corna del diavolo. E tornò in paese per sepellire Sofia.

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Il battesimo si fece e fu veramente regale. Il piccolo non pianse, il sole brillò, tutti mangiarono e bevvero ed Alexis sentiva che tutto il monto gli apparteneva, e non notò il viso di Leda, il suo sorriso che ricordava quello della signora di una volta.

Era il crepuscolo quando partirono in macchina per tornare a casa. Ad un certo punto, mentre viaggiavano lungo il fiume, lei gli disse di fermarsi un attimo per scendere col bimbo e mostrargli le libellule.

Alexis fu d’accordo, però le disse di far presto perché era ubriaco.

L’ Enippeas, il fiume, è poco profondo ed è tranquillo tutto l’ anno, eccetto la primavera, quando diventa impetuoso.

Alexis vide dallo specchietto Leda incinta, con il neobattezzato tra le braccia, andare verso la riva. Lì si sedette su un roccia, si tolse le scarpe e iniziò a togliersi le calze. Lui si chinò per prendere il pacchetto di sigarette e mentre se ne accendeva una alla luce della della fiamma lo fulminò il terrore.

Uscì di corsa dalla macchina e chiamò sua moglie. Lei non rispose e corse per raggiungerla.

“Leda” disse nuovamente vedendola andare scalza verso il limite dell’acqua.

“Chi ha paura adesso, zoticone” gli disse Leda.

E si gettò nel fiume, con un bimbo tra le braccia ed uno nel ventre. Il fiume li inghiottì senza che si sentisse un grido.

Si tuffò anche Alexis, nuotando per salvarli, e per poco non annegò anche lui. Infine, si aggrappò ad un ramo ed uscì senza fiato.

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Non tornò al palazzo. Sedette sulla riva del fiume Enippea e pianse. Al mattino appese la giacca ad un salice ed entrò in macchina. Andò verso Karatoula e Thalatta, in un luogo sperduto in cui possedeva una baracca e restò lì.

Con la polizia non volle parlare. E al funerale della moglie e del figlio, che il fiume aveva restituito, pochi chilometri più a valle, non andò. Abbandonò tutti i suoi beni e non reclamò alcun diritto. Vendette solo la macchina e acquistò alcuni tavoli e sedie, cognac, caffe greco e gallette.

Ad alcuni contadini, che passavano lì fuori ed entrarono per fargli le condoglianze, offrì ciò che si doveva. Loro si vergognarono ad andarsene senza pagargli qualcosa, e lasciarono poche dracme. Lo stesso fecero anche i successivi – e tutti quelli che ci anadarono dopo.

Così, senza che nemmeno lui lo volesse, nacque il caffe di Pentakosia, e nessuno sa perché lo chiamarono così-

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La cosa strana è che con gli anni il suo caffè, in cui c’erano solo cognac, caffè amaro e gallette, divvenne punto di ritrovo per gli uomini della zona, e per quelli che se n’erano andati in città.

Ogni uomo con una famiglia doveva andarci quando poteva, forse per scacciare la sfortuna dalla sua vita. O forse lo facevano per riflettere su quanto tutto fosse vano, e quanto fossero fortunati ad avere quello che avevano.

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Nessuno sa dirti perché lo fa. Neppure io

Perchè tutte le volte che mi trovo a Thalatta, adesso più raramente, vado al triste caffè di Pentakosia, bevo il mio caffè e il mio cognac, e poi me ne vado senza parlare.

Ma esco redento.

FINE

[1] Secondo la leggenda si tratta di Giovanni III Vatatze, imperatore di Nicea in seguito alla proditoria conquista della Città da parte dei Crociati nel 1204. La sua opera fu volta al riordino dell’amministrazione imperiale e alla riconquista dei territori perduti. Fu conosciuto come il misericordioso ed è adorato come santo dalla Chiesa Ortodossa. Si dice che sette anni dopo la sua morte fu aperta la sua tomba, e il suo corpo fosse ancora intatto, mostrando un viso come di dormiente, dalla pelle rosata e dal dolce sorriso. Da quel giorno il corpo scomparve, si dice che si trovi in qualche caverna dell’Anatolia, custodito da un’ordine segreto di criptocristiani dell’Asia Minore.

[2] Acronimo di Ελληνικός Λαϊκός Απελευθερωτικός Στρατός (Esercito Popolare Greco di Liberazione) mentre l’organo politico era l’ EAM, Εθνικό Απελευθερωτικό Μέτωπο (Fronte di Liberazione Naziole), corrispondente al CLN italiano.

[3] I kotsambasides erano, al tempo dell’occupazione ottomana, i maggiorenti del luogo che fungevano da mediatori e amministratori del territorio e delle relative comunità cristiane per conto dei Turchi.